lunedì 24 agosto 2009

L'importanza della memoria storica

Ho passato le ultime due settimane tra le dolomiti. Sono andato a lavorare al mio libro, in pace, al fresco. Tra un capitolo e l’altro mi sono goduto alcune passeggiate, tra le quali un’ascensione alla Marmolada. Ho potuto visitare posti bellissimi e pieni di pace. Ma non posso dimenticare che fra quelle montagne, tra il 1915 e il 1918, si svolse la prima guerra totale, combattuta con ferocia da uomini che non provavano odio gli uni verso gli altri, e nonostante questo erano costretti ad uccidersi tra loro nelle maniere più terribili.
In molte delle cruente battaglie combattute in quei posti, i corpi dei soldati uccisi, mutilati, denudati dagli spostamenti d’aria delle esplosioni, smembrati dalle piogge di scheggie, dilaniati dalle mitraglie, erano lasciati a marcire nelle terre di nessuno. Erano troppi per poter pensare di poterli seppellire subito, ed era pericoloso raccoglierli e portarli poi in terreni dove si poteva scavare. I compagni assistevano inermi, per giorni e giorni, alla loro decomposizione lenta, agli uccelli rapaci che ne offendevano i resti. Sopra quelle montagne un odore terribile di morte ristagnava per mesi, fino alla stagione fredda.
Noi, uomini del 2009, non potremo mai sapere fino in fondo quello che hanno visto, e sofferto, i soldati italiani e i loro “nemici” austriaci. Possiamo e dobbiamo, però, non dimenticarne la memoria, coltivarne il ricordo, affinché si possano conoscere le loro vicende.
A questo serve la ricerca storica. E’ un dovere, non solo verso i morti, ma soprattutto verso i vivi, i nostri figli e i figli che verranno.
Mi piacerebbe sentire il vostro parere sulla necessità della memoria storica, e sulla sua utilità.

Vorrei finire questo pezzo diversamente dal solito. Non consiglio libri da leggere, ma riporto le parole di un grande storico, Tacito. Attraverso le sue parole, ora, sappiamo non solo le vicende del popolo di Britannia e della loro lotta contro l'invasore romano, ma possiamo fermarci a riflettere sulle parole con le quali, duemila anni fa, il grande storico descrisse la guerra. Era un romano, non dimentichiamolo, e la sua opera, De vita et moribus Iulii Agricolae, ossia "Vita e morte di Giulio Agricola", è dedicata alla figura del suocero, Giulio Agricola appunto, governatore della Britannia. Ma Tacito non parla come lo storico dei vincitori, come spesso accade. Non scrive per far piacere ai potenti, e far torto ai vinti. Tacito è un grande esempio da seguire.
Questo è uno dei suoi passi famosi, citato tantissime volte. Riporto per intero il passo (§ 30), permettendomi di usare la versione curata da il prof. Emiliano Onori, e messa in rete per i suoi studenti in occasione della maturità 2008-09. (qui il sito http://plinews.wordpress.com/ )

30. «Quando ripenso alle cause della guerra e alla terribile situazione in cui versiamo, nutro la grande speranza che questo giorno, che vi vede concordi, segni per tutta la Britannia l'inizio della libertà. Sì, perché per voi tutti qui accorsi in massa, che non sapete cosa significhi servitù, non c'è altra terra oltre questa e neanche il mare è sicuro, da quando su di noi incombe la flotta romana. Perciò combattere con le armi in pugno, scelta gloriosa dei forti, è sicura difesa anche per i meno coraggiosi. I nostri compagni che si sono battuti prima d'ora con varia fortuna contro i Romani avevano nelle nostre braccia una speranza e un aiuto, perché noi, i più nobili di tutta la Britannia - perciò vi abitiamo proprio nel cuore, senza neanche vedere le coste dove risiede chi ha accettato la servitù - avevamo perfino gli occhi non contaminati dalla dominazione romana. Noi, al limite estremo del mondo e della libertà, siamo stati fino a oggi protetti dall'isolamento e dall'oscurità del nome. Ora si aprono i confini ultimi della Britannia e l'ignoto è un fascino: ma dopo di noi non ci sono più popoli, bensì solo scogli e onde e il flagello peggiore, i Romani, alla cui prepotenza non fanno difesa la sottomissione e l'umiltà. Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla loro sete di totale devastazione, vanno a frugare anche il mare: avidi se il nemico è ricco, arroganti se povero, gente che né l'oriente né l'occidente possono saziare; loro soli bramano possedere con pari smania ricchezze e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove fanno il deserto, dicono che è la pace.»

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