lunedì 4 marzo 2013


PRIMAVERA 2013:  siamo a quello che si definisce "una svolta" storica.

Braudel, il grande storico amico e allievo di Bloch, teorizzò i cicli storici, rapportandoli all'intera storia umana.
Ogni ciclo storico si sviluppava, progrediva, arrivava a uno stallo e poi cominciava la decadenza.A ogni fine del ciclo una svolta: il lasso termporale in cui questo fenomeno si svolgeva era di alcuni secoli.

Ora, con l'incredibile velocità dello sviluppo umano, sia delle comunicazioni delle idee che della loro mutabilità, i cicli - a mio parere - si sono ridotti in termini temporali.
Grossomodo: Prima guerra mondiale e conseguenze (totalitarismi, liberalismo, capitalismo e collettivismo). Seconda guerra mondiale e conseguenze (guerra fredda, blocchi);
1989: fine del comunismo, crollo delle ideologie e ritorno delle guerre religiose (a partire dall'Afghanistan)
.
L'Europa ha tentato di arginare la sua crisi (politica, economica e ideologica) con la creazione di una unità economica fittizia, senza basi politiche, sociali, idelogiche, linguistiche, culturali.
L'Europa unita non è l'Europa che pensavano i veri europeisti, come Spinelli e Rossi, solo per citare gli italiani. Loro pensava alla creazione di una unità politica ben definita, con poteri esecutivi e legislativi reali.
L'integrazione economica poteva funzionare solamente con una autorevole unità politica, e con una rinuncia parziale alla sovranità nazionale in determinati campi (non di certo nel bilancio annuale, o nell'imposizione di riforme economo-sociali).

Bastava esportare il concetto di decentramento amministrativo, e di divisione delle competenze: dai comuni alle regioni (elininando le province), dalle regioni agli stati nazionali, dagli stati nazionali allo Stato comune europeo. Bastava tracciare con chiarezza le riserve di legge, e allargare la poterstà legislativa residuale all'Europa (quella che ora appartiene allo Stato dopo le nostre ultime "vere" riforme) .
Avremmo avuto un controllo comune sulla finanza, sulle banche d'affari, ecc.
Avremmo avuto la forza di respingere gli attacchi speculativi provenienti dal proprio interno e da altri lobby finanziarie esterne.
Avremmo avuto una banca centrale che forniva credito alle piccole e medie imprese a tassi da economia reale, all'imprenditoria giovanile, un sostegno al reddito, delle regole di accesso al mercato del lavoro e stipendi uniformi, lasciando alla contrattazione nazionale, regionale, compartimentale o di categoria la flessibilità (nella produzione, negli stipendi, nella tassazione, nell'accesso al lavoro e nella flessibilità in uscita)

Il reddito di cittadinanza avrebbe consentito ai precari di programmare un futuro, anche a breve termine, ma senza la paura del domani, dei debiti, degli studi, e spesso di come mettere insieme pranzo e cena.

Dopo le elezioni politiche siamo nell'impossibilità di creare un governo.
Ma possiamo ancora trovare la nostra via. In Parlamento ci sono forze che hanno sempre chiesto un progresso sostenibile, una riforma della politica, la fine dei privilegi, dei super stipendi, delle super pensioni, delle prebende di Stato, dei redditi del manager pubblici, o misto pubblico.
Una legge elettorale che ridia voce ai citadini, una legge sul conflitto di interessi e contro la corruzione.
poche cose, chiare, semplici, e ora ... possibili!
Che importa se il governo durerà un anno, due anni? si facciano queste cose, anche solo metà di queste, e poi si torni a votare, finalmente con una legge elettorale seria!

altrimenti temo che si riominci con la strategia della tensione... e tutto quel che è seguito a quella stagione cominciata nel 1963 ("il rumore di sciabole" come lo definiva Nenni).
Ma oggi non ci sono più Berlinguer, De Martino, Moro, Saragat, o prima ancora Togliatti Nenni, ecc.

MA VOGLIO TERMINARE QUESTA RIFLESSIONE CON UNA CANZONE, UNA DI QUELLE CHE RAPPRESENTA UN PEZZO DI STORIA.
 pubblicata alla fine di quel "ciclo" che partiva dal 68-69 e arrivata al 77 - 79

Mi permetto di pubblicare un video tratto da Yout...e
So che è una violazione dei diritti d'autore, ma condivido lo stesso.

E' una canzone che appartiene alla mia generazione, e anche a quella che mi ha preceduto.
 La cazone è tratta da un disco molto interessante, "ma non è una malattia", e l'autore è un vecchio amico elettivo, Gianfranco Manfredi.

Manfredi è uno scrittore, uno sceneggiature, un cabarettista, un regista, un pensatore e un dissacratore del pensiero altrui - e proprio. Una delle tante menti che hanno contribuito a rendere una stagione politica, quella che va dal 1968 al 1979 (teniamoci larghi), unica per sogni, partecipazione, aspirazioni, utopie, e anche tanti errori e orrori.

Il testo parla di tante cose, private e pubbliche, come si diceva al tempo "il privato è pubblico e viceversa". Un testo che parla di tutto questo di cui ho parlato, ossia "partecipazioni, aspirazioni, utopie, errori e orrori", e tante altre cose.

http://www.youtube.com/watch?v=lr7J5Wf28sw

BUON ASCOLTO

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